Riva, il Milan e… i petrolieri: il gran rifiuto del 1974

Sembrava davvero la volta buona: dopo tanti rifiuti e una storia gloriosissima, Gigi Riva era con un piede sul traghetto che lo avrebbe allontanato dalla Sardegna, sua patria adottiva. Correvano gli ultimi giorni del maggio 1974: a quasi trent’anni, discretamente usurato da infortuni gravi ma ancora circondato da un’aura quasi mistica, Riva si preparava al suo secondo campionato mondiale.

I giornali cominciarono a martellare su una faraonica offerta del Milan, deciso a mettere in un angolo le avance della Juventus, che già l’anno prima aveva messo sul piatto due miliardi di lire invano. Buticchi, numero uno rossonero (allora erano i presidenti a mettere la faccia su ogni trattativa, altro che direttori sportivi) era disposto a privarsi di Chiarugi, Calloni e uno fra Aldo Maldera e Sabadini, aggiungendo un sontuoso conguaglio di ottocento milioni.

Il fatto nuovo, rispetto agli anni precedenti, era che il Cagliari riteneva il suo “monumento” tutt’altro che incedibile. Anzi, la sua partenza era l’antidoto a una situazione economica ormai preoccupante. Accettando l’offerta milanista, il presidente rossoblù Arrica, che proprio in quei giorni aveva venduto al Milan anche Albertosi, avrebbe dato ossigeno alle casse e ampliato l’organico con tre buoni giocatori.

Rimaneva un solo, non trascurabile dettaglio: convincere l’ombroso campione. Si parlò di una missione di Buticchi ad Appiano Gentile, nel ritiro della Nazionale, di una proposta di contratto di un centinaio di milioni l’anno, cifra stratosferica, e di un rifiuto deciso del giocatore. Dal Corriere della Sera filtrò un suo colloquio con un amico: «Se mi cedono scateno un pandemonio».

Rombo di Tuono aveva ottenuto di essere interpellato nel caso la società avesse ricevuto offerte, il che non era così scontato in tempi in cui i giocatori avevano ben poca voce nel capitolo mercato. Così, nei giorni successivi, ci furono due contatti, uno telefonico e uno consumato ad Appiano. Riva fu irremovibile e la società dovette prenderne atto. In un comunicato diffuso alla stampa, il cda del Cagliari confermò di aver preso in considerazione la cessione, per valutare eventuali «vantaggi di carattere tecnico-finanziario». La contropartita avrebbe consentito «una positiva ristrutturazione dell’organico con l’inserimento di elementi di già provata capacità». Il rifiuto del campione rendeva «problematico per il Cagliari portare avanti in pieno il programma che si era iniziato lo scorso anno, soprattutto per le generali difficoltà dell’attuale momento».

Il tono del comunicato era vagamente allusivo, come se si volesse dire ai tifosi: se non riusciremo a fare una squadra degna, la responsabilità non sarà nostra.

Riva, che aveva carisma e statura per prendere di petto Arrica, non la prese bene: «Il Cagliari poteva fare a meno di un comunicato del genere – dichiarò – Dal mio punto di vista, non mi sento in alcun modo responsabile se la squadra non ha potuto rinforzarsi come voleva. E non sono disposto a fungere da alibi per nessuno… Io sono stato per anni la fortuna del Cagliari e adesso non voglio esserne la disgrazia, un’interpretazione del genere non l’accetto». Poi l’affondo: «Arrica dovrebbe essere contento, così il prossimo anno potrà imbastire il suo solito show attorno al mio nome… La verità è che questi dirigenti contano poco o niente, i soldi li cacciano altri, non loro. Cosa volevano, che i nuovi acquisti glieli pagassi io?».

L’allusione ai soldi di “altri” va contestualizzata: qualche anno prima, in Sardegna erano fiorita l’industria petrolifera, soprattutto per opera di grandi imprenditori del settore come Moratti e Rovelli. E sul Cagliari, proprio per intercessione di Arrica, erano piovuti generosi finanziamenti, in teoria “occulti” ma in realtà diventati vox populi.

Quello che nessuno, in quel giugno di 36 anni fa, poteva immaginare è che la carriera di Riva fosse agli sgoccioli. Coinvolto nel naufragio azzurro ai mondiali tedeschi, scese in campo solo otto volte nella stagione successiva a causa di un infortunio. E il 1° febbraio 1976, a 31 anni e mezzo, crollò come fulminato durante Milan-Cagliari, per il distacco del tendine dell’adduttore. Fu la sua ultima partita, proprio contro la squadra a cui aveva detto no.

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