Coronavirus e demagogia: perché il prosecco sì e il calcio no?

Ma in questo momento drammatico ci dobbiamo proprio preoccupare di Cristiano Rolando e degli altri milionari del calcio? Se lo chiedono uomini delle istituzioni, apprezzati opinionisti, intellettuali in servizio permanente e larghi settori dell’opinione pubblica. È una domanda retorica, che presuppone una risposta scontata e largamente acchiappa-consenso: certo che no, cosa vuoi che contino i problemi di una casta ricca, viziata e fuori dal mondo, in una tragedia come questa? E invece ce ne dovremmo occupare. Ma non direttamente degli stipendi dei calciatori di Serie A, che sono largamente riducibili senza che nessuno soffra la fame. Ci dovremmo occupare del sistema calcio perché è uno dei più importanti comparti industriali italiani. E non dà lavoro soltanto ai ricchi vertici, ma anche a circa 250 mila persone che nelle more del blocco-coronavirus hanno visto liquefarsi la propria possibilità di arrivare dignitosamente a fine mese. Senza contare gli operatori della comunicazione, gli esercizi commerciali, gli impiegati del settore radio-televisivo, messi a forte rischio dallo stop.

Non si vede perché il Governo debba occuparsi del distretto della pasta, del mobile, delle calzature o del prosecco, e non di un settore che genera un fatturato diretto di 4,7 miliardi e coinvolge 4,6 milioni di praticanti, con un movimento di 570 mila partite ufficiali disputate ogni anno (le cifre vengono dal Bilancio integrato 2018 della Figc). Non dobbiamo pensare alle ville di Ronaldo, ma al miliardo e 200 milioni che dal calcio professionistico affluiscono ogni anno alle casse dello Stato, risorse che ben difficilmente sarebbero sostituite dalla nobile scherma o dal meritorio Pentathlon moderno.

Tutto questo, non fa del sistema calcio un club di benemeriti, basti pensare alla sua radicata tendenza a generare debiti. Si tratta solo di tutelare un importante settore produttivo del Paese, che catalizza peraltro la passione di milioni di persone.

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